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copertina del libro 1 di Soeliok: il respiro della terra

TRILOGIA

Storie dalle Terre Popolate

libro 1

Il respiro della terra

Stimati cugini,

Raramente vi scrivo di mio pugno, ma quando gli impegni mi concedono una tregua è con piacere e orgoglio che amo suggellare il nostro antico legame.

Tra poco inizieranno a sciogliersi le nevi e i nani falconieri torneranno a popolare l’ultimo avamposto orientale raddoppiando i turni commerciali.

Vi scrivo in questi tempi difficili per ribadire il mio monito riguardo agli orkran. Norigia, la nostra amata capitale, è ormai sotto assedio da anni e siamo costretti a vivere in un costante stato di guerra vanificando gli sforzi impiegati per costruire la pace nelle Terre Popolate.

Ringrazio gli Dei di averci fatto dono dei falchi e anche se ci sono voluti anni di fatiche per insegnare loro la strada, oggi possiamo comunicare e mantenere attivo il nostro vitale sistema di commercio.

L’alta catena montuosa che separa i nostri popoli da millenni ci impedisce di condividere un boccale di birra o di scambiarci un abbraccio fraterno, ma mai potrà spezzare il nostro vincolo di sangue.

Prego gli Dei ogni giorno perché diano la forza alle vostre navi volanti di lasciare Fiòrderik alla volta delle bianche scogliere di Norigia. Fino ad allora mi rincuora sapere che la catena montuosa che vi vincola è la stessa che vi protegge da quei terribili mostri.

Nell’augurio di potervi abbracciare un giorno, vi saluto e stringo il pugno contro il cuore.

Alto il cuore a Norigia, città capitale.

(firmato) HelGrov. Imperatore Unico delle Terre dei nani.

Quella notte a Fiòrderik cadeva una fitta neve. Era settembre inoltrato e presto sarebbero giunti i freddi venti autunnali. Le ripide scale che collegavano le piazze e gli ormeggi erano deserte e la luce tremolante dei focolari illuminava qualche finestra. Il vento sibilava tra le strette vie di pietra e i ripidi versanti rocciosi si tuffavano nelle tenebre notturne.

Da una delle torri d’osservazione, Mèlkam il custode faceva il suo turno di guardia.

D’un tratto un’ombra minacciosa s’intravide tra le bianche nevi. Non era insolito che qualche animale notturno si spingesse verso la città in cerca di cibo.

Era quasi completamente buio e la fitta tormenta non aiutava, ma il nano attraverso le lenti del suo cannocchiale fu certo di vedere una grossa figura spostarsi verso il promontorio occidentale. Dalle dimensioni poteva sembrare un orso, ma era stranamente silenzioso e si spostava camminando sugli arti inferiori.

L’essere avanzò ancora di qualche passo e si portò a ridosso di una parete innevata. Fu allora che il nano si rese conto del terribile pericolo che stava correndo.

Non era un orso, ma una minaccia ben più inquietante. Era un orkran. Uno di quei terribili mostri descritti nei racconti delle Terre Popolate.

Cosa ci faceva a Fiòrderik? Come era riuscito a raggiungere quelle montagne?

L’orkran era mastodontico. Un manto scuro lo copriva quasi per intero nascondendo un fisico possente. Il suo passo era silenzioso, ma aveva il respiro affannato. Sbuffava nervoso e si guardava attorno impaziente.

Sembrava ferito e stringeva qualcosa al petto. Fece qualche passo verso nord e si avvicinò a casa Grìtmabjork, uno degli edifici più grandi del promontorio. Salì una scaletta e si fermò davanti a uno degli ingressi. Il vecchio Mèlkam lo vide chiaramente appoggiare qualcosa in terra prima di fuggire tra le rocce.

Il custode si precipitò sul posto. La neve era ghiacciata e in terra non v’era traccia di impronte. Si avvicinò alla soglia e con immensa sorpresa vide che al suolo, avvolto in una pesante coperta, c’era un giovane nano in fasce.

Infilata tra i panneggi del cappuccio, sbucava una lettera.

Una luce si accese dentro casa e un rumore di passi si fece più forte.

Mèlkam prese la lettera senza pensarci e si nascose nell’ombra.

Venne ad aprire una nana dal passo deciso e dai folti capelli ricci e rossi.

“Chi bussa di notte alla mia porta?”, domandò. Non ebbe risposta, ma si accorse del neonato vicino ai suoi piedi. Lo raccolse e lo portò al petto per scaldarlo. La nana si guardò attorno ancora per qualche istante. Poi rientrò in casa, chiudendosi la porta alle spalle.

Sette anni più tardi.

Il sole non era ancora completamente sorto all’orizzonte, ma quella mattina a Fiòrderik pochi erano i nani che ancora dormivano. Di lì a breve, infatti, si sarebbe eletto il nuovo Mastro Geniere: la carica più ambita da ogni nano che si rispetti. L’intera popolazione si stava adoperando per dare un nome a colui che per i cinque anni successivi avrebbe organizzato la produzione scientifica e la ricerca tecnologica di Fiòrderik.

La Mezza Piazzetta delle Corde si affacciava sul versante est e ospitava uno degli approdi di più alta quota: non era molto grande, ma era spesso affollata. Era circondata da edifici solo per metà e il lato più lungo dava su un alto strapiombo, perfetto per gli attracchi e i decolli dei mezzi volanti. Appena il sole era abbastanza alto da iniziare a scaldare in viso, i mastri artigiani sedevano sul ciglio del ciottolato, pronti ad accogliere gli aerocarghi che arrivavano e partivano.

Gaman amava quel luogo. Oltre a vantare una delle viste migliori della città, era frequentato dai nani più rispettabili del vicinato.

“Ecco che arriva il giovane Gaman!”, si udì d’un tratto dalla banchina. “Avanti figliolo, il volandiero per la scuola sta per arrivare, non vorrete perderlo?”.

Era la voce di Hèldimak, il guardiano dell’approdo orientale. Era un vecchio nano parzialmente sdentato e quasi del tutto calvo. Indossava una tuta da lavoro ingiallita sorretta da un paio di bretelle fermate al petto con un gancio di ferro.

Hèldimak oltre a garantire l’efficienza delle manovre di imbarco e sbarco, gestiva da ormai più di un secolo gli orari dei mezzi pubblici, gli scambi commerciali e le operazioni dei carghi da lavoro.

“Oggi non c’è scuola mastro Hèldimak! Tra pochi giorni eleggeranno il nuovo Mastro Geniere, voi sapete”, disse Gaman.

“Oh certo, le elezioni!”, rispose sollevando la cintura porta attrezzi. “Unitevi a me, stavo giusto per salire e dare un’occhiata; l’aerocargo dei rifornimenti non si vede ancora”.

Il vecchio guardiano slegò dalla galloccia la cima che ancorava a terra un grosso pallone gonfio di soeliok, fece girare una ruota dentata e la struttura cominciò lentamente a salire. Gaman adorava quando Hèldimak lo portava sulla torre di vedetta. Qualcuno da terra alzò lo sguardo per vedere il sorriso del ragazzo illuminarsi della luce del mattino.

Erano abbastanza in alto da non riconoscere più i volti dei nani della piazza, quando si fermarono il panorama era seducente. Gaman guardava intenso l’orizzonte, lontano quanto il suo sguardo glielo permettesse.

“Quanto distante siete mai andato?”, chiese il giovane nano. “So bene che le nostre navi sono in grado di volare solo all’interno del Kélamnkor, ma quanto un nano si è mai spinto lontano, veramente?”.

La sua voce risuonò alle orecchie del nano guardiano come il cinguettio di un uccello in gabbia.

“Il grande Volandiero Imperiale è in grado di restare in volo per un’ora intera senza rifornirsi di soeliok: non è molto veloce ma può coprire grandi distanze”.

“Sarebbe in grado di oltrepassare le montagne e raggiungere la pianura e le Terre Popolate?”

Hèldimak sorrise. “Nessun mezzo volante è in grado di oltrepassare la catena montuosa esterna. Siamo circondati da vette molto più alte di quelle su cui abbiamo costruito le nostre città e solo all’interno dei Confini Confederati il soeliok sgorga naturalmente dalla roccia”.

“Eppure qualcuno deve aver tentato, almeno una volta”, domandò Gaman cercando una conferma negli occhi del nano.

“Molti sono gli episodi di cui si narra nella nostra città e molti altri ancora riguardano i villaggi più distanti. Tanto è risaputo, infatti, che le nostre montagne sono inespugnabili, quanto è vero che da sempre si è cercato un modo per valicarle”.

Gaman ora lo guardava galvanizzato. “E qualcuno ci è mai riuscito?” domandò.

Hèldimak si abbassò e lo guardò dritto negli occhi. “Esisteva un tempo in cui i nostri antenati cavalcavano i draghi e in volo raggiungevano i luoghi più remoti delle terre conosciute”, disse il vecchio nano con l’indice puntato verso est. “Non avevano nemici o confini in grado di fermarli e queste montagne garantivano un perfetto rifugio per loro e per i draghi”.

Gaman ascoltava rapito, conosceva tutte le storie che parlavano di quegli esseri volanti e adorava ascoltare gli anziani raccontarle.

Il dito di Hèldimak si fermò in direzione dell’orizzonte, proprio dove troneggiava la vetta più alta della catena esterna.

“Quello è il Monte Inekag”, disse cercando l’attenzione di Gaman. “Si narra che dalla sua cima decollasse il drago guardiano: il più anziano tra i draghi. La leggenda dice che il suo compito fosse quello di svegliare i draghi più giovani dal letargo e guidare le migrazioni verso est”, concluse voltandosi con un sorriso.

“Sono solo leggende, non è forse vero?”, si limitò a ribadire con un sospiro.

“In ogni storia c’è qualcosa di vero”, rispose Hèldimak. “Non sempre ci è dato di conoscere la verità, ma è il desiderio di conoscenza che dà origine ai nostri sogni. E credimi figliolo, non esiste arma più potente al mondo di un nano sognatore!”.

“Certo da quassù è tutto fantastico!”, esclamò Gaman. “Forse quando sarò grande e avrò studiato come voi, potrò essere io il guardiano dell’approdo orientale, che ne dite?”.

Il vecchio nano si arricciò un baffo con le dita. “Se continuate così, giovane Grìtmabjork, sarete guardiano di molto di più di un semplice approdo: potete credermi!”.

“Quello laggiù deve essere l’aerocargo dei rifornimenti”, disse Hèldimak guardando nel binocolo. Poi posò lo sguardo su una meridiana. “È in ritardo!”, continuò.

“Voi con quelle cime!”, gridò verso i nani ormeggiatori. “Sgombrate il ponte e preparate le manovre!”, ordinò con il tono di voce del più ardito tra i comandanti. “Portate botti e barili alla banchina! E voi, mastro Valdkor, presto! Issate la bandiera d’approdo! Non vorrete che tornino indietro?”.

La Mezza Piazzetta delle Corde si trasformò in un’arena affollata. Quello che stava arrivando era l’aerocargo dei rifornimenti e trasportava le provvigioni di mezza stagione prodotte dalla città di Vernok. Era una delle città più grandi dopo Fiòrderik; produceva un’ottima birra, vari tipi di farine e la migliore carne essiccata di tutto il Kélamnkor.

Una sirena dal timbro tonante si udì all’improvviso.

Il mezzo volante spuntò dalla roccia oscurando il sole. Silenzioso e imponente agli occhi di Gaman sfilò contrastando il cielo, lento e maestoso. Sembrava guardare verso il basso circospetto, come un felino che scruta la sua preda. I toni vivaci del grande pallone centrale attenuavano il suo aspetto vagamente minaccioso. La chiatta di legno e ferro a due piani ospitava diversi vani dai quali si diramava una rete di corda collegata ai palloni di sostentamento.

Hèldimak dirigeva le operazioni di approdo, i nani ormeggiatori avevano preparato il ponte. Le cime di sicurezza erano fissate e la passerella pronta per essere sfilata.

La possente aeronave attraccò. Le eliche si fermarono e la carlinga smise di tremare. Molte cime volarono dalla banchina verso la chiatta e una passerella di legno si appoggiò al ballatoio esterno.

Il Mastro di Volo la fermò con un piede e la oltrepassò fino a raggiungere il limitare della piazzetta. Era un nano piccoletto e nerboruto con una folta barba rossa e riccia. Il suo sguardo incrociò subito quello di Hèldimak che lo accolse con un abbraccio.

“Mastro Karmak!”, esclamò il nano guardiano stringendo il pugno contro il cuore, come vuole il saluto ufficiale di Fiòrderik. “Ogni mese è sempre un piacere rivedervi!”.

Karmak ricambiò il saluto, con lo stesso gesto e un caloroso sorriso. “È un onore portare i rifornimenti alla Capitale e non mi perderei il piacere di ritrovare il mio vecchio pilota nemmeno per cento barili della nostra birra!”, continuò scoppiando in una fragorosa risata. I due si sedettero dietro a un bancale a compilare scartoffie, chiacchierando animatamente.

Molti nani erano intenti a scaricare la chiatta e la piazzetta si riempì di casse in legno, sacchi di tela, barili e contenitori di ogni genere. Era stato piazzato un ponte mobile sul quale facevano su e giù una decina di nani alla volta, spingendo e trainando dei robusti carretti a ruote. Ai carichi più pesanti veniva attaccata una fune con un pallone volante per alleggerire il peso e facilitarne lo spostamento. Il più basso dei due piani della chiatta si svuotò rapidamente.

In quel momento Gaman si sentì afferrare per il giubbetto.

“Caro Karmak lasciate che vi presenti uno dei più promettenti piloti di Fiòrderik!”, disse Hèldimak sollevando il giovane nano. “Costui è Gaman, figlio di Eira, della famiglia Grìtmabjork”.

Gaman si trovò faccia a faccia con il grosso nano dalla folta barba ricciuta.

“Dunque siete un aspirante pilota?”, domandò il Mastro di Volo.

“Così pare”, si limitò a rispondere Gaman preso alla sprovvista. “È una passione che ho da sempre”.

“Oh! Non ne dubito, posso vedere nei vostri occhi la stoffa di mastro Eldur e credetemi, ne aveva da vendere!”.

“Conoscete nonno Eldur?”, domandò stupito il giovane nano mostrando un sorriso fiero.

“Se lo conosco mi chiedete? Quel vecchio nano ci ha fatto mangiare tanta di quella polvere negli anni in cui si gareggiava assieme che… beh sapete cosa voglio dire”, continuò ridendo.

“Chiunque abbia avuto la fortuna di rappresentare la propria città nelle gare di alto livello”, aggiunse Hèldimak, “Prima o poi ha dovuto fare i conti con Eldur, in qualunque categoria e per quasi tutte le discipline”, disse scrollando la testa in segno di resa.

“Sapete!”, esclamò d’un tratto Gaman, “Anche io mi sono costruito un carro da corsa, lo sto perfezionando da più di un anno ormai e sono certo che potrei…”.

“Un carro da corsa?!”, lo interruppe Karmak. “Non vorrete farmi credere che avete l’età per condurre un mezzo volante, giovane nano?”, aggiunse con un tono stranamente autoritario.

“Certo che no!”, ribadì Gaman. “Ma non intendo arrivare a quel giorno impreparato, né tanto meno senza un mezzo adatto alle competizioni, non so se mi spiego”.

“Oh oh!”, Karmak si fece una bella risata. “Siete davvero uno spasso giovane Grìtmabjork!”.

La sirena dell’aerocargo suonò per la seconda volta. La bandiera d’approdo venne abbassata e al suo posto fu issata quella di mezz’ormeggio. La chiatta era stata scaricata per intero e il ponte era stato rimosso.

Due nani si avvicinarono alla carlinga con un grosso macchinario sostenuto da due palloni, infilarono un tubo metallico nel vano motore e sganciarono la sicura. Il macchinario cominciò a vibrare rumorosamente scaricando per intero la sua molla e caricando quella dell’aerocargo.

Karmak raccolse un registro e si alzò. “Credo che anche per questo mese il nostro breve incontro si sia concluso, caro Hèldimak”, disse abbracciandolo e dimenticando qualunque saluto formale.

“Molto bene dunque. Mollate gli ormeggi!”, gridò il Mastro di Volo. Vennero liberate le cime e l’aerocargo si sollevò dolcemente. “Saliamo di tre quote, velocità di crociera”, ordinò al macchinista. “Timoniere! Rotta nord-est”.

L’aerocargo dei rifornimenti lasciò l’approdo orientale svanendo lentamente tra i pendii rocciosi del Monte Smaragd.

Gaman si voltò verso mastro Hèldimak. “La giornata è cominciata nel migliore dei modi!”, esclamò con un sorriso.

Fiòrderik sembrava svanire tra le dense nebbie di mezza quota. Le ombre si allungavano sulle mura esterne che sostenevano i terrazzi dai quali nascevano la maggior parte degli edifici e le torri di vedetta. La neve si adagiava come un telo bianco tra quelle imponenti costruzioni mentre le ampie aperture sul fianco della montagna parevano inghiottire, come bocche voraci, i centri principali.

Grandi palloni dalle stoffe colorate volteggiavano poco sopra i tetti spioventi, spostandosi lenti e silenziosi da un approdo all’altro. Alcuni trasportavano oggetti o macchinari pesanti, altri fungevano da mezzi di trasporto.

A guardare più da vicino si poteva notare una miriade di piccoli oggetti volanti, che decollavano e atterravano qua e là, ognuno diverso per forma e colore. La frenetica attività di quel luogo non nascondeva un’antica quiete che avvolgeva la città e si propagava sulle alte montagne della catena esterna.

I falchi avevano iniziato a fischiare da un pezzo e una luce rossastra entrava dalla finestra del laboratorio del vecchio Eldur.

Modellini e miniature di mezzi volanti pendevano dall’alto soffitto che avrebbe potuto ospitare due stanze comuni in altezza. Appena oltre la scrivania un soppalco attraversava per intero il lato più corto della parete a est. Dozzine di strumenti riempivano il resto della stanza. Alcuni erano fissati al muro in pietra, altri erano sparsi sui banchi da lavoro. Dal soffitto pendeva un grande mappamondo in legno e lungo le pareti correvano file di libri provenienti dai luoghi più remoti delle Terre Popolate.

Eldur era il più anziano componente della famiglia dei Grìtmabjork e vantava la veneranda età di duecentonovantaquattro anni. In pochi nella capitale avevano la fortuna di contare tre secoli di vita, ma nessuno tra loro guidava ancora con facilità un volaticarro.

Il vecchio nano dirigeva il più avanzato progetto sperimentale per le applicazioni delle scienze alchemiche di Fiòrderik. In passato era stato più volte eletto “Mastro Geniere”, ma la politica sottraeva troppo tempo ai suoi studi e di recente aveva rifiutato l’invito a far parte dell’Alto Consiglio. A riempire le sue giornate erano ormai le sue ricerche verso i confini della scienza, che spesso risultavano incompatibili con la vita attiva della società nanesca.

In verità non gli era mai importato molto di ciò che gli altri nani pensavano di lui, ne era la prova il fatto che da quasi un secolo ormai, aveva sviluppato una predilezione nel parlare in rima. Quello che sulle prime non era che un gioco, divenne col tempo una vera passione, fino a essere completamente sostituito al parlare comune.

In molti avevano provato a convincerlo che non fosse una scelta conveniente, ma il vecchio capofamiglia Grìtmabjork non scendeva a compromessi e a chi si dimostrava insistente rispondeva:

“Se trovi sia un ostacolo comprender ciò che dico,
sarò lieto di ripeterlo fintanto che avrò fiato
sino a che ogni vocabolo del mio parlare antico
si mostri a te più logico nel suo significato”.

Quella mattina si stava dedicando ai suoi studi personali. Sfogliava appunti impolverati e consultava vecchi libri adagiati in barcollanti colonne sparse un po’ dovunque.

Ogni tanto si allontanava dalla scrivania per usare qualche strumento, senza mai alzarsi dalla sua sedia mobile. Era munita di un particolare meccanismo di ruote, pedali e carrucole che gli permettevano di spostarsi agilmente in tutte le direzioni e di raggiungere i libri sugli scaffali più alti.

“Se dovessi, anche sol per ironia,
premiar tra le mie idee quella più nobile
caschi il cielo se ora dico una follia,
avanti a tutte metterei la sedia mobile”.

Ripeteva tra sé e sé sfrecciando come un bambino su una giostra.

Eldur aveva appena tuffato il suo grosso naso in un vecchio tomo impolverato, quando udì bussare alla porta.

“Non indugiate,
è aperto, entrate!”.

Eira entrò con passo deciso.

“Nonno devi aiutarmi!”, esclamò appoggiando sul tavolo una lettera e una cesta colma di ciambelle. “Bilosk ha annunciato che presenterà al Consiglio la più grande scoperta scientifica che Fiòrderik abbia mai visto!”, disse trafelata.

Era la responsabile archivista della biblioteca Grìtmabjork, esperta in storia antica e moderna nonché, già da qualche anno, membro del Consiglio Minore.

“Le tue visite son cosa certamente a me gradite,
soprattutto se a sorpresa si rivelano… farcite!”.

Disse Eldur addentando una ciambella di zucca.

“Sono seria nonno! Non posso sopportare l’idea che quel ciarlatano si prenda gioco di noi. Deve essere fermato!”.

Tra di loro c’erano quasi duecentocinquant’anni di differenza. Eira era la figlia del figlio del figlio della figlia di Eldur, ma lei lo chiamava semplicemente nonno.

“Forse mi dovresti prima aggiornare?
Ti candidi puntando alla vittoria
in un ruolo di difficile mestiere.

È da un po’ se non mi inganna la memoria,
che una nana non sia Mastro Geniere,
sarebbe un bel capitolo di storia”.

Eira si appoggiò allo schienale. “Sì certo, essere la prima nana a ricevere la carica di Mastro Geniere sarebbe una bella vittoria… Ma Bilosk è potente e sono certa che troverà il modo di ottenere molti voti. Ci deve essere qualcosa che posso fare!”.

Eldur ingoiò l’ultimo boccone.

“La politica è la ruota di un carro volante,
al timone c’è un giudice sorretto da chi lo vota,
se questo è un idiota che piace alla gente,
avanti tutta! Si dice; vedremo chi è il pilota.

Io credo sia il caso di agir da rivale,
siete in tre favoriti, è inutile non farci caso
non storcere il naso è tutto legale,
e se in due sarete uniti, si darà un bell’aiuto al caso”.

Eira rimase qualche istante in silenzio.

“Ti riferisci a Nodfri? Non ci vediamo da quando è stato promosso capo progetto”, il suo sguardo si fece più scuro. “Eravamo una bella squadra in passato, ma non credo che sarebbe una buona idea”.

“A volte gli eventi della vita
ci concedono una nuova occasione
per guarire una vecchia ferita.

L’orgoglio è soltanto un’emozione
che non deve essere nutrita,
se davvero si è imparata la lezione”.

“Non è una questione d’orgoglio!”, ribadì Eira seccata. “Abbiamo lavorato sodo tutti e due in quella miniera, ma quando ha avuto l’occasione non si è fatto problemi a fare la sua scelta”.

“Son certo che tu avresti fatto lo stesso.
Capo progetto a nemmeno cinquant’anni!
Un privilegio che a pochi è concesso.

Hai provato a vestirti dei suoi panni?
È normale invidiare chi ha successo,
ma questo non vuol dire che t’inganni!”.

Eira strinse i pugni per la rabbia. Eldur poteva regalarle un sorriso e un istante dopo metterla a nudo davanti alle sue fragilità. Sapeva che in fondo aveva ragione e se non parlava più con Nodfri non era certo per i troppi impegni.

Avrebbe voluto ribattere, ma conosceva abbastanza bene suo nonno per capire che la discussione sull’argomento era conclusa. Come al solito aveva detto ciò che pensava e non si sarebbe dilungato oltre.

Era ormai sorto il sole da un pezzo quando la sveglia di Nodfri strillò all’impazzata. Chiunque altro a sentire quel frastuono avrebbe pensato a un allarme o alla sirena di un approdo, ma per Nodfri era l’unica soluzione che gli permettesse di svegliarsi la mattina. Il suo sonno era così pesante che nemmeno tirarlo di peso fuori dalle coperte lo avrebbe destato. Era un problema con il quale si scontrava sin da piccolo e ancora oggi, nella locanda del villaggio di Ankad, si sentono storie riguardo alle grida che si udivano provenire dalla sua casa ogni mattina.

Si era fatto visitare dai maggiori esperti e nessuno era stato in grado di fare il nome di una malattia specifica né tanto meno di prescrivere una cura.

I nani delle montagne durante il sonno vanno in una sorta di breve letargo, le pulsazioni si abbattono e le energie vitali si riducono al minimo. È una caratteristica che permette loro di difendersi dai lunghi e freddi inverni in alta quota. Purtroppo per Nodfri qualcosa in lui non funzionava nella fase di risveglio. Tutti i mastri guaritori che lo avevano visitato erano giunti alla medesima conclusione: il soggetto presenta un’inspiegabile difficoltà nel completare il passaggio dalla fase di sonno a quella di veglia.

Col passare degli anni la situazione non aveva accennato a migliorare e, da quando si era trasferito nella capitale, il disagio si era trasformato in un vero rompicapo.

Viveva in una piccola abitazione sospesa tra i soffitti rocciosi nella zona interna di Fiòrderik. Gli ci vollero parecchi mesi di impegno e molti umilianti richiami sul lavoro per domare quella difficile situazione, ma alla fine, seppure in una condizione di traballante precarietà, era riuscito a mettere a punto una strategia.

Il grande corno collegato alla sua sveglia suonava ormai da un pezzo a intervalli regolari. I vicini brontolavano per quel frastuono insopportabile e i passanti, che parecchio più in basso camminavano per le vie della città, alzavano lo sguardo divertiti.

Nodfri, indifferente, dormiva profondamente quando sotto il suo letto una molla scattò all’improvviso catapultandolo, ancora addormentato, fuori da una finestra apertasi all’istante. Stordito e assonnato, fu scaraventato contro una rete che si chiuse come un sacco e, azionata da un braccio meccanico, lo scaricò nel bagno passando da un’altra finestra.

Per gli spettatori abituali quello era il momento più divertente.

Ancora impigliato nella rete, un potente getto d’acqua lo inondò, poi un soffio di aria calda lo asciugò arruffandolo come un pulcino. La porta che dal bagno conduceva alla cucina si aprì e un nastro trasportatore lo condusse fino al tavolo. Da una nicchia a fianco alla credenza uscì un vassoio colmo di frittelle coperte di zucchero velato e con gli occhi aperti, appena quel tanto da prendere la mira, ne addentò una.

Dovette ingoiarne almeno una dozzina per cominciare a rendersi conto di dove fosse e solo quando il vassoio fu completamente vuoto, trovò la forza di alzarsi e vestirsi.

Il giovane Gaman irruppe nello studio di nonno Eldur. Il portone sbatté contro il muro.

“Nonno, nonno!”, gridò correndogli incontro. “Questa mattina non c’è scuola!”, e gli balzò in braccio aggrappandosi alla barba.

Eira lo rimproverò. “Gaman! Ti sembra il modo di presentarti nello studio del nonno? Sai bene che ci sono cose importanti qui”.

Eldur lo fece sedere sulle sue ginocchia.

“Tua madre ha ragione, mio caro nipote,
devi darle retta quando dice di rallentare,
sei un vero ciclone e questa è una dote,
ma così non ti vedo nemmeno entrare!
Vediamo quindi se sei stato attento
ti porgo un quesito a cui dare risposta,
come puoi governare tutto questo talento?”.

Il giovane nano aggrottò le sopracciglia e con i denti si morse il labbro:

“Forse ho capito, potrei fare una sosta?!”.

“Ottima risposta, davvero geniale!
e se tua madre è onesta lo dovrà confermare!”.

Eira abbozzò un’espressione sconsolata.

“Sai che non voglio che gli insegni a parlare in rima. La nostra lingua è già abbastanza complessa”.

“Avanti Eira non mi fare la morale,
insegnargli qualche rima non può certo fargli male,
legge e scrive e fa di conto col sistema decimale,
mi vuoi dir che non sa scindere lo scherzo dal reale?”.

“Ma sì certo!” ribadì subito Eira “solo non vorrei che…”.

“Che un bel giorno di quest’anno
si svegliasse una mattina
e decidesse, come il nonno,
di parlare sempre in rima?”.

Eira rimase in silenzio per un attimo, poi si impegnò in uno dei suoi sorrisi migliori.

In quel momento, da una piccola feritoia sulla parete sud, entrò un falco bianco che planò fino a posarsi sul bracciolo della sedia di Eldur.

“Chiedo scusa è arrivata una lettera privata
l’attendevo già da tempo, è una questione delicata”.

Il vecchio nano slegò dalla zampa del falco una piccola pergamena.

Eira sorrise vedendo Eldur alle prese con il volatile.

“Abbiamo il sistema di posta più sofisticato delle Terre Popolate!”, disse sollevando le mani. “Centinaia di nani falconieri vengono addestrati ogni anno per garantire il servizio all’intera popolazione e tu ancora ti ostini a usare un falco personale?”.

“La falconeria è di certo una conquista
nemmeno io ne potrei più fare a meno:
gli Archivi Imperiali gestiscono la posta
e la smistano fino a casa di ogni nano,
ma ci sono relazioni, come questa
che mi piace controllare di mia mano”.

Disse il vecchio alzando le sopracciglia.

Eira distese le braccia verso Gaman. “Dai vieni qui adesso, la giornata è impegnativa e io ho già indugiato abbastanza”.

Il giovane nano le saltò in braccio. “Mi raccomando nonno, per nessun motivo ti permetterò di fare tardi a pranzo oggi!”.

Eldur sorrise mentre Eira e il giovane Gaman uscivano dallo studio.

La porta si chiuse alle loro spalle.

Gaman come ogni mattina, prese posto per la colazione in fondo al tavolo della cucina di casa Grìtmabjork. Da quel punto si vedeva la scala che portava ai piani superiori. Gli piaceva osservare le facce assonnate dei suoi famigliari che scendevano per mangiare. Quel momento lo aiutava a riordinare i pensieri. Sapeva di non avere un legame di sangue con quella famiglia. Eira lo aveva trovato davanti alla sua porta quando era ancora in fasce e da allora lo avevano accolto come un figlio.

A Fiòrderik poco importano i gradi di parentela. Le alte montagne che circondano il Kélamnkor influenzano profondamente il concetto di famiglia, estendendo la fratellanza a tutto ciò che sta all’interno dei confini invalicabili.

Gaman ne era consapevole, ma il desiderio di conoscere le sue origini generava in lui pensieri troppo difficili da controllare. La sua non era solo curiosità: c’era un desiderio nascosto da qualche parte, che lo invitava a spingersi oltre, più lontano di qualsiasi altro.

I primi a sedersi a tavola furono nonno Sebat e nonna Kali. Lavoravano di notte all’osservatorio astronomico e approfittavano della colazione prima di andare a riposare. Presto scesero nonno Rakel e nonna Simak, subito seguiti da molti cugini più giovani.

Il clima si accese e nel giro di pochi attimi si respirava l’aria della più frequentata locanda del centro.

Nani di tutte le generazioni si rimpinzavano di birra, uova e carne salata, parlando a voce alta.

Gaman giocherellava distrattamente con una focaccina salata aspettando la parte migliore dello spettacolo.

Dalle scale di legno si udì un potente scricchiolio, come se una mezza dozzina di nani stessero trasportando le razioni invernali di birra alle cantine.

Era zio Eridur, il nano più enorme che Fiòrderik avesse mai visto. Era alto un paio di spanne più della media e pesava almeno il doppio. Si dice che una notte, facendo legna, si imbatté in un orso. Gettò l’ascia a terra e lo affrontò a mani nude. Come ricordo di quella lotta gli strappò un dente e ne fece un ciondolo, di cui ancora oggi va fiero come un bambino del suo dolcetto.

Gaman non fu l’unico ad accorgersi del suo arrivo. Quando fece il suo ingresso dalla porta fu accolto da una calorosa risata. Portava ancora il pigiama di lana e due grossi calzari di stoffa e pelle. Da sotto la folta barba riccia spuntava il dente di orso e in mano reggeva il suo boccale per la notte. Con lo sguardo assonnato si grattò la barba e alzò il boccale.

“Brindo alla mia famiglia, il dono più prezioso che un nano possa desiderare”.

Seguì un applauso scrosciante e i più giovani intonarono un canto.

Antichi e saggi, venerandi esploratori primordiali
se guardi attento con lo sguardo di chi spera
come miraggi, li puoi scorgere a spiegar le grandi ali
e con il vento scivolare fino a sera.

Antichi e fieri, san prescindere dal falso e dal reale
hanno saputo sopravvivere al passato.
Fanti e destrieri, stretti dal fato in un unico animale
spesso temuto, ma altrettanto venerato.

Antichi e schivi, grati solo a chi da lor fugge lontano
si fan rifugio per la via di più difficile portata.
Su quei declivi, che a raggiungerli il tentativo è vano
o in un pertugio, ben celato dalla scia di una cascata.

Gli era sempre piaciuto quel canto, come in fondo tutti quelli che parlano di draghi e tesori misteriosi.

Gaman tagliò due grosse fette di torta dal tavolo dei dolci, le chiuse in un barattolo di ferro e le infilò con cura nella sua borsa tracolla. Quel giorno era il compleanno del suo migliore amico e per nulla al mondo lo avrebbe dimenticato.

Nodfri aveva trovato la forza di svegliarsi e, a fatica, aveva infilato la sua tuta da lavoro, quando qualcuno fece capolino dalla finestra. La sagoma in controluce stava ferma a mezz’aria a bordo di una volandola. Il nano si riparò dalla luce con la mano nel tentativo di dare un volto a quella figura.

“Serve un passaggio?”, domandò d’un tratto l’estraneo misterioso scoprendo le sue carte. Era una voce femminile che Nodfri riconobbe con immenso piacere.

“Eira!”, esclamò avvicinandosi alla finestra. “Che sorpresa!”.

La nana spinse avanti la volandola accostandosi al davanzale.

“Salta su! Oggi al lavoro ti accompagno io, se non ti vergogni a farti portare da una nana”.

Nodfri non sembrava molto convinto, non era certo l’imbarazzo il suo problema, quanto una radicata avversione verso qualunque mezzo volante.

Si avvicinò cautamente, scavalcò il davanzale e salì a bordo del biposto.

Dovettero stringersi per allacciare le cinghie di sicurezza. Per Eira fu una sensazione strana sedere accanto a lui. Era ancora arrabbiata per come erano andate le cose in passato, ma voleva essere lei a governare le sue emozioni e non il contrario.

“Non sarebbe ora che ti prendessi anche tu uno di questi mezzi?”, domandò Eira con il vento che le soffiava sul viso.

“Non ho mai avuto dimestichezza con questi aggeggi volanti”, rispose Nodfri avvicinandole la bocca all’orecchio. “Sono affezionato al mio biciclo, mi tiene in forma e mi porta dove voglio”, aggiunse convinto.

“Proprio dove vuoi?”, rispose Eira in tono di sfida.

Con una rapida virata si diresse verso la grande uscita che portava alla zona esterna, diede potenza alle eliche e si lanciò fuori dalla montagna come un proiettile lanciato da una fionda. La luce fu subito abbagliante, l’aria era pungente e asciutta. Ai loro occhi si spalancò un paesaggio mozzafiato.

Eira prese quota e si portò a un’altezza dalla quale si poteva vedere tutta la città. Oltre alle torri di vedetta si spalancava la Catena Centrale di Norkiak in tutta la sua imponenza. Le cime innevate brillavano alla luce del mattino nascondendo l’orizzonte in ogni direzione.

“Guarda laggiù”, disse Nodfri puntando il dito verso est. “È la Regione delle Miniere, non l’avevo mai vista da qui”.

Il fiato gli mancò all’improvviso, Eira lanciò la sua volandola in picchiata, poi virò bruscamente in direzione degli scavi. Sapeva che Nodfri non amava le manovre spericolate e il pensiero la spronò a spingere più forte sui comandi.

In un baleno furono di fronte alla scura galleria centrale dell’antica miniera d’argento.

“Sarebbe davvero fantastico se tu tornassi a lavorare con la nostra squadra”, disse Nodfri cercando di domare i capelli arruffati.

Eira indossò uno degli elmetti di sicurezza. “Riesco a malapena a mantenere la biblioteca. Dedico tutte le mie energie al Consiglio, non credo che mollerò ora che la mia voce comincia a farsi sentire”, disse cercando un tono distaccato.

“Certo, il Consiglio”, ribadì Nodfri. “Nessuno meglio di te potrà farsi valere tra quei vecchi balordi”.

Eira non cedette alle lusinghe. “La nuova gestione della biblioteca mi ha portato una certa popolarità”, disse orgogliosa. “Ho pensato che fosse la mia occasione per…”.

“Non sei certo l’unica a pensarla così!”, la interruppe Nodfri. “Da tempo attendevo la tua candidatura e mai avrei pensato che ci saremmo trovati rivali”, aggiunse sorridendo.

Eira accennò un sorriso, ma subito si fermò. “Tuttavia ci sono persone che vedono la nostra realtà con occhi diversi”.

Nodfri le allacciò l’elmetto sotto il mento. “Ti riferisci a Bilosk, immagino”.

Lo sguardo di Eira si fece più severo, fermò Nodfri prendendogli le mani. “È più pericoloso di quanto si possa immaginare, è ricco, potente e le sue idee di progresso non sono altro che un’accozzaglia di progetti mirati a raccogliere consensi”.

“Anche a me non è mai piaciuto. Ma il nostro sistema elettorale è solido, non credo si possa ingannare”.

“Ma è proprio questo il punto!”, rispose Eira. “Recita in un teatro tutto suo. Può aprire e chiudere il sipario e riceverà gli applausi di un pubblico che ormai avrà pagato il biglietto… e a caro prezzo, per giunta”.

Nodfri l’ascoltava rapito. “E del progetto per la decisione finale cosa mi dici? Non credi che avrà difficoltà a convincere l’Alto Consiglio?”.

“Quest’anno è diverso”, rispose Eira. “Sostiene di avere una novità rivoluzionaria e non mi stupirebbe affatto se avesse assoldato una squadra di genieri al suo servizio”.

“Se così è”, replicò Nodfri, “vorrà dire che la scienza dovrà trionfare ancora una volta”.

“Ma questo è inammissibile!”, esclamò Eira agitata. “Ti sto dicendo che se dovesse…”.

Nodfri le posò un dito sulle labbra. “Ti ho compresa credimi, in ogni tua parola. Ma voglio avere fiducia nel nostro popolo. L’Alto Consiglio è formato dai nani più saggi dell’Impero. Un solo attore non può mandare a monte un intero spettacolo. Potrà recitare una parte importante, ma solo noi decideremo se applaudire quando il sipario si chiuderà”.

Eira lo guardò negli occhi per alcuni istanti, poi lo abbracciò forte. “Mi sei mancato Nodfri”.

“Mi sei mancata anche tu cara Eira, non sai nemmeno quanto”.

leggi e ascolta fino alla fine!

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